Raise3D N2 Plus: a cavallo

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Stanotttesta cavallo Raise3De è terminata la stampa di 32 ore inviata il giorno precedente, della quale avevo pubblicato un video live.

E’ stata l’occasione per provare le nuove superfici di stampa LocBuild. Sono molto soddisfatto del test. In particolare, il modello in oggetto prevedeva dei supporti particolarmente stretti e alti, a rischio caduta. Fortunatamente, hanno retto benissimo. Altra insidia, la forma del raft molto allungata e appuntita, un vero e proprio invito per il warping. Anche da questo punto di vista, la nuova superficie si è comportata egregiamente, senza il minimo accenno di distacco. Il modello stampato (PLA, layer 0.20) è una bella testa di cavallo, acquisita da una statua esistente con uno scanner professionale Artec EVA.
Il prototipo stampato verrà sperimentalmente trattato con gelcoat Duraloid Coatplast, una resina epossidica tixotropica autolevigante, che conferisce una maggiore resistenza al modello, e una superiore grado di finitura superficiale.

Oltre agli scopi “personali”, per i quali era sufficiente stampare il modello in scala ridotta, questa stampa è stata utile per iniziare a progettare un lavoro più importante. Verrà realizzato con l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, che ha recentemente adottato le Raise3D N2 Plus.
La testa verrà stampata in grandezza naturale, ed utilizzata come supporto per esporre finimenti (morso e redini) di epoca Romana.

E’ un immenso piacere quando le stampanti 3D vengono utilizzate per applicazioni attinenti alla cultura.

Ashley Adams – Sculpting di personaggi con ZBrush – Ep.13

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Ashley AdamsUn completo video di quattro ore, registrato dal vivo, della giovane artista Ashley Adams, che illustra le tecniche di modellazione per la realizzazione tramite polyspheres di un personaggio alieno con ZBrush 4R7.

Character Artist & Concept Sculptor, Ashley vive in Canada, a Toronto, ed è un ottimo didatta.
Alcuni suoi lavori sono pubblicati su www.artstation.com.

Il video, che può essere seguito agevolmente anche se in Inglese, permette di esplorare alcune delle più interessanti funzionalità di ZBrush.

ShareMind è rivenditore ufficiale dei prodotti Pixologic.

Guarda cosa ho trovato stamattina nella Raise3D N2 Plus

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WoofyCon questo divertente titolo, Woofy (questo utente della comunità Raise3D del quale conosciamo solo il nickname), ha presentato il suo ultimo lavoro: un dragone fantasy stampato con la sua N2 Plus.
Ecco suoi commenti (integrali):
Avevo stampato questo stesso modello in scala ridotta quando ho ricevuto la macchina. Successivamente ho tentato di stampare il dragone alle massime dimensioni, ma la stampa è fallita. Ora che ho accumulato una maggiore esperienza nella gestione dei parametri, ho provato nuovamente.

Ed ecco il risultato, dopo 199 ore di stampa (“otto giorni, dalle 16,30 di Giovedì 12 alle 23,30 di Venerdì 20“, precisa Woofy).

Dragone

Una ulteriore testimonianza delle prestazioni delle Raise3D N2+ nelle grandi stampe, e dell’esperienza acquista dall’autore nella gestione dei parametri.

 

 

Un orologio di oltre 2 mt stampato con Raise 3D N2+

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Jason Preuss, un appassionato quanto (come scoprirete) meticoloso e paziente appassionato di stampa 3D, ha recentemente presentato al Midwest Reprap Festival un orologio davvero eccezionale. Intagliato con incredibili decorazioni, è alto ben oltre due metri, ed è stato stampato con una Raise 3D N2 Plus.

Orologio1

Uomo di poche, anzi pochissime parole, ha commentato la sua imponente costruzione in modo estremamente succinto, con pochi, ma ben significativi numeri.

  • 1418 Ore di stampa
  • 18,8 Kg. di filamento
  • 150 Pezzi, montati successivamente tra loro
  • 1 Sola stampa fallita durante tutto il lavoro

Come annunciavo, laconico all’inverosimile (e probabilmente particolarmente modesto). Ma di commenti da fare ce ne sarebbero. A cominciare dall’aspetto artistico. L’orologio è costellato di scene rupestri, animali, piante, simboli ed elementi grafici tanto intricati che ci vuole tempo per esplorarlo tutto. Posso solo immaginare la dedizione necessaria per portare a termine un labirinto così complesso. Per proseguire prendendo in esame le difficoltà tecniche. Molti elementi sono di grandi dimensioni, con tutte le implicazioni che questo comporta per la necessità di contenere le deformazioni ed evitare il distacco prematuro della parte. Distacco che – al contrario – non può nemmeno risultare così difficoltoso a stampa conclusa da compromettere la rimozione del modello dal piano. Tutto ciò significa una perfetta calibrazione dei parametri di stampa da un lato, e la possibilità di contare su una macchina che nel tempo mantenga geometria e calibrazione.
Il dato più impressionante è senza dubbio quello relativo alle ore di stampa. Un numero che avrebbe messo in crisi (o addirittura definitivamente fuori uso) molte macchine in commercio. Stiamo parlando di due mesi (giorno e notte) di stampa ininterrotta. Questo dato, insieme al fallimento di una sola stampa su 150 parti, conferma la già più volte consolidata reputazione di affidabilità delle muscolose Raise3D, progettate e costruite per cicli 24/7.
Ma oltre alla evidente eccezionalità di questo modello da un punto di vista progettuale e costruttivo, il lavoro di Jason Preuss trasporta un altrettanto importante messaggio. Osare. Crederci. La magia della prototipazione additiva, la sua capacità di materializzare l’immaginazione possono consentirci di realizzare opere ben più ambiziose dei vari – talvolta anche apprezzabili – gadget, mod di stampanti e figurine varie. Certo, se gli strumenti che utilizziamo ce lo permettono.

Diciassette incredibili oggetti stampati in 3D

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Generalmente amo pubblicare contenuti inediti. In questo caso, ho fatto un’eccezione, con un breve video che presenta diverse – e piuttosto originali – interpretazioni della stampa 3D. In particolare sui social, siamo abituati a vedere statuette, vasi, personaggi fantasy o – nella migliore delle ipotesi – parti di stampanti 3D DIY. Spero che questo video sia di ispirazione, per scuotere la creatività dei possessori di stampanti, e spingerli verso la ricerca di soggetti alternativi. Disporre di uno strumento fantastico, in grado letteralmente di materializzare l’immaginazione ed impiegarlo per produrre repliche dell’immaginazione di qualcun altro suona un po’ triste.

 

Tra i modelli stampati, una divertente lettura 3D di una litografia del grande Escher, sicuramente un campione assoluto nell’utilizzo della fantasia.

Escher

POM: un materiale a basso attrito di recente introduzione

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Un nuovo acronimo al quale dovremo abituarci: POM. Contraddistinge il polyoxymethylene, una termoplastica per impieghi ingegneristici, noto anche con i nomi commerciali di AcetalDelrin, Celcon, Ramtal, Duracon, Kepital e Hostaform.
Questo materiale si distingue per durezza, resistenza meccanica, basso coefficiente di frizione ed eccellente stabilità dimensionale.

Viene utilizzato nell’industria per la produzioni di piccoli ingranaggi, montature di occhiali, cuscinetti a sfere, parti di armi, manici di attrezzi, strumenti musicali, chiusure lampo etc.

PMO - Acetal

Una bobina di POM

In verità, il POM non è proprio una recente scoperta (tranne che come filamento per macchine FDM): le prime sintetizzazioni risalgono addirittura al 1920, e gli inizi della produzione industriale alla fine degli anni 50.

La sua utilità come materiale nella stampa 3D è evidente: permette di realizzare parti molto precise, con un bassissimo coefficiente di attrito, ma contemporaneamente dure e robuste. Ideali per assemblaggi dinamici. I modelli prodotti, ove necessario possono essere facilmente trattati con lavorazioni meccaniche (es. tornitura, filettatura etc.).

Il POM ha tuttavia anche (come tutto, del resto) un rovescio della medaglia. E’ un materiale tecnico, inadatto ai principianti, non facilissimo da stampare. Richiede macchine dotate di filtro (es. carboni attivi, Hepa etc.) o un ambiente ben ventilato, perché sottoposto ad alte temperature rilascia formaldeide. Il suo tallone di Achille sono gli alcali, che possono degradarlo. Anche l’esposizione prolungata al cloro (incluso quello presente nell’acqua potabile), a lungo ne causa il deterioramento.
Ed infine, è particolarmente refrattario all’incollaggio.

Il costo del POM è relativamente elevato (80-100€/Kg), ma proporzionato alle sue eccellenti proprietà. Chiaramente, va usato quando le sue caratteristiche e peculiarità risultano essenziali nel progetto.

La stampa, pur non essendo altrettanto semplice quanto quella di materiali come il PLA o il PETG, non richiede macchine strettamente professionali, come accade per altri filamenti tecnici quali ad esempio il PEEK.
E’ comunque necessario che l’estrusore raggiunga temperature medio-alte (240-270 gradi), e il piano riscaldato temperature nell’ordine dei 120-130 gradi.

Il POM sarà presto reperibile presso ShareMind e i suoi rivenditori.

 

Neutron Delta, il progetto DIY molto contestato, pare funzioni davvero

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Tempo fa, come qualcuno ricorderà, ho pubblicato il progetto di una stampante fai-da-te open source, la Neutron delta. Pensando di fare una cosa utile per gli appassionati delle stampanti auto costruite, ho condiviso l’articolo su Facebook. È scoppiato un putiferio. La macchina, e in particolare i gradi di libertà delle slitte sono stati contestati, richiamando concetti teorici di meccanica analitica. Tra sostenitori e denigratori si è scatenato un clima di botta e risposta particolarmente acceso. Sono stato persino apertamente accusato di promuovere questo progetto per qualche misterioso interesse commerciale al riguardo, anche se non vendo assolutamente componenti né ho suggerito alcun possibile fornitore.
Mi faceva semplicemente piacere che qualcuno provasse a costruirla. Considerando che l’architettura è molto semplice e i costi dei materiali sono banali, pensavo potesse rappresentare una piacevole ed abbordabile opportunità.
Sono quindi molto lieto di aver trovato un video che mostra la macchina costruita e funzionante, ed ho piacere di pubblicarlo.

 

Ovviamente, come avevo in più occasioni precisato anche nell’articolo originale, questa macchina non è destinata a chi aspira alla massima precisione (come del resto quasi tutti i progetti DIY), ma soprattutto a chi, già possedendo una stampante 3D, può avere il piacere di utilizzarla per costruire un interessante meccanismo funzionante, anziché stampare i soliti vasi, civette, pupazzetti e cover di cellulari.
La Neutron Delta può essere ad esempio una interessante esperienza che combina meccanica, un pizzico di elettronica, software e le prime problematiche di stampa 3D per un laboratorio didattico rivolto a ragazzi.

I componenti della Neutron

Raise3D N2 Plus al Salone del Mobile di Milano con Marco Rubini

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La stampa 3D, soprattutto quando si parla di macchine affidabili come la Raise3D N2 Plus,  è ormai matura per applicazioni professionali. Stavolta ce lo dimostra in modo eloquente l’architetto Marco Rubini, autore di una linea di elementi d’arredo sviluppata proprio con l’aiuto di una N2 Plus.
In direzione totalmente opposta a quella di svariati artisti che cercano consensi pubblicando serie sterminate di modellini 3D ultra miniaturizzati di dubbia utilità sui vari social, il designer di Città di Castello è decisamente andato sul concreto. Realizzando modelli in scala 1:1, ha fornito l’incontrovertibile prova della validità della stampa 3D come strumento ideale per materializzare l’immaginazione. Con applicazioni di reale ausilio nella progettazione e nella comunicazione.

Marco Rubini, sulla sua poltrona stampata con una Raise3D N2 Plus

Marco Rubini, sulla sua poltrona stampata con una Raise3D N2 Plus

L’incontro

Con tutta onestà, quando abbiamo parlato per la prima volta del suo progetto, ho pensato che Marco Rubini sopravvalutasse ingenuamente le potenzialità delle stampanti FDM. Mi aveva espresso l’intento di stampare “mobili” in grandezza naturale, con un qualità tale da farli sembrare veri. Parlava di poltrone, sedie, tavoli, divani. La mia prima risposta è stata “certo, tutto è possibile… stampando i modelli in parti, con molta pazienza è un obiettivo raggiungibile…“.

Non volevo scoraggiarlo. Ma in verità, non ero del tutto convinto della fattibilità dell’operazione.
D’altro lato, in molti anni di lavoro con progettisti, designer, ingegneri, medici, artigiani ed artisti, di visionari ne ho incontrati parecchi. E ho imparato a non sottovalutare l’incredibile potenza della cocciutaggine, quando si tratta di portare a termine anche le sfide più ambiziose. Così, una volta esposti più chiaramente possibile quelli che a mio avviso erano i limiti di questi sistemi, ho fornito all’architetto una Raise3D N2 Plus. Con la solenne promessa di assisterlo al meglio per aiutarlo a raggiungere i suoi intenti.

Marco Rubini non aveva alcuna esperienza precedente nell’utilizzo di stampanti 3D, né conoscenze specifiche riguardo ai filamenti utilizzabili e alle loro caratteristiche. Con incredibile impegno e determinazione, ha sperimentato i vari materiali, le diverse tecniche di accoppiamento e incollaggio delle varie parti, le soluzioni per la post lavorazione e la finitura. I risultati sono stati strabilianti.

Le realizzazioni di Marco Rubini

Il primo oggetto “impegnativo” è stato un appendiabiti molto divertente, “Fiocco”, ispirato ai bastoncini utilizzati per l’igiene personale.

Costruito in diversi pezzi, accoppiati tra loro tramite filettature, è stato successivamente leggermente carteggiato, verniciato con Duraloid AL30, un epossidico autolivellente che rimuove la scalettatura dei layer, e successivamente trattato con le vernici coloranti finali.
In basso, l’eccellente risultato raggiunto.

Fiocco appendiabiti

Visto il successo di questo primo progetto, l’architetto Rubini ha messo l’instancabile Raise3D N2 Plus “a cottimo”, realizzando le scocche di una voluminosa poltrona:

Scocca di poltrona, Architetto Marco Rubini

Scocca della poltrona in fase di verniciatura finale

Addirittura, per i primi prototipi da esporre al Salone del Mobile di Milano, mi ha confessato di aver realizzato persino il telaio in PLA Silver (nel progetto definitivo in acciaio).

I prototipi delle poltrone finiti

I prototipi delle poltrone finiti

Il ruolo chiave della Raise3D N2 Plus nella realizzazione dei progetti

Le difficoltà di realizzare oggetti così grandi sono di grado superiore. Non soltanto si presentano complesse problematiche di accoppiamento delle parti, che richiedono incastri, spinature, difficili incollaggi, maestria nelle lavorazioni di post-processing.
Il punto chiave è che sono necessarie macchine in grado di stampare, senza interruzioni e con la stessa qualità, per giorni e giorni. Con molti sistemi che si scaldano eccessivamente, deformano i modelli o peggio ancora si inceppano improvvisamente, portare a termine stampe di questo genere senza difficoltà non è affatto scontato. Per questo la N2 Plus si colloca in una fascia a parte. Quella di un mulo instancabile, che premia la caparbietà dei progettisti più determinati, ed è in grado senza esitazioni di affrontare le task più impegnative.

Certamente, prototipi così realizzati non avranno la totale funzionalità delle successive implementazioni industriali. Ma, almeno da un punto di vista estetico, soddisfano pienamente l’esigenza di mostrare e promuovere il design di Marco Rubini.

Un intero ambiente (sgabello e appendiabiti) stampato in 3D in grandezza naturale

Il provocatorio sgabello VIP

Uno sgabello per sederi v.i.p.! (descrizione testuale dell’autore)

Vip è dedicato a quegli uomini (tanti) che per vivere devono sostenere il culo di altri uomini. Vip rappresenta un uomo, bianco o nero, che cerca solo di non affogare o di sopravvivere. La struttura è esile come lo è la vita di chi non ha nulla. La seduta è in rattan e velluto di seta rosso, delicato, morbido, ricercato. V.I.P.!!  Bianco e Nero perchè gli sventurati sono sia bianchi che neri!

Si, senz’altro un ruolo importante per il successo di questi progetti è stato giocato dalla stampante. In grado di digerire senza problemi pressoché qualsiasi materiale, e di stampare ininterrottamente per settimane, la Raise3D N2 Plus ha confermato, guadagnandosi una promozione “sul campo”, le sue grandi doti di robustezza e affidabilità.

Doti per le quali anche in questo mese è stata preferita da importanti organizzazioni, quali l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, prestigioso ente del Ministero dei Beni Culturali, l’Istituto di Biostrutture e Bioimmagini (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e da Elt Roma, la principale azienda Nazionale per lo sviluppo di sistemi di difesa di interesse militare.

Si ringrazia Marco Rubini, con l’invito a visitare il suo interessante sito www.marcorubini.com, ricco di interessanti idee e spunti.

 

 

 

 

Tevo Little Monster: il grande kit delta dal piccolo prezzo – Recensione secondo ShareMind

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Chissà se il nome Little Monster è stato scelto da Tevo in omaggio alla saga di film d’animazione Monster & Co tanto amata dai bambini. Sicuramente questa grande delta, il cui appellativo “Little” è decisamente ironico, sembra molto più orientata a fanatici e irriducibili nerd della stampa 3D.
Sì, quelli che non temono di mettere in crisi un matrimonio, portando a casa un sacramento semovente di oltre 1 m e 20 di altezza. Quelli pronti a confiscare, viste le dimensioni, il tavolo buono della sala da pranzo per montarlo. Quelli che a cena pronta dicono: ancora cinque minuti e poi ho finito…

C’è però un modo per farsi perdonare di tanta trascuratezza: la Tevo Little Monster può stampare in un sol pezzo il modello di un bambino (piccolo, si capisce), e questo scioglie il cuore di qualsiasi moglie.

Tevo Little Monster
A parte gli scherzi, questa grande stampante è davvero molto flessibile: oltre che per scopi amatoriali, e per la sperimentazione di varie soluzioni, può senz’altro essere utilizzata per attività artigianali e perché no, professionali.
È una macchina robusta, con un volume di stampa che sarebbe riduttivo definire generoso, meccanica ed elettronica di tutto rispetto, ad un prezzo assolutamente competitivo.
Forse proprio questa caratteristica, insieme al fatto che è disponibile in versione kit (ma non solo) la fa percepire come un prodotto destinato prevalentemente agli appassionati.
E-almeno in questa prima recensione-ci soffermeremo prevalentemente proprio su quest’aspetto: l’appartenenza della Tevo Little Monster alla grande famiglia delle stampanti fai-da-te.

Costruire un kit è complicato?

Sì, generalmente si. Soprattutto quando si tratta di kit economici. Ne ho già discusso in passato, sottolineando che la scelta di costruire un kit richiede competenza e vocazione. È una scelta che possono permettersi persone ordinate e meticolose, che abbiano a disposizione spazi adeguati e la tranquillità necessaria per portare a termine il progetto. Molto spesso i kit sono accompagnati da documentazioni sommarie e non sempre aggiornate. La loro costruzione richiede esperienza, manualità e talvolta addirittura intuizione. Non è, mi fa piacere ribadirlo, un modo per risparmiare soldi. Semmai, è un modo per divertirsi.
Dopo queste elucubrazioni sui kit in generale, mi rendo conto-piuttosto scoraggianti-veniamo al caso specifico in questione, che è un po’ diverso.

Anche costruire una Tevo Little Monster è complicato?

Ha utilizzato due sottotitoli molto simili proprio per sottolineare che non sempre si può generalizzare. In questo caso, parliamo di un tempo complessivo di montaggio che oscilla tra le due e le tre ore. Non molto più lungo della messa a punto di una macchina plug & play. Perché? Per due buone ragioni. La prima è che la maggior parte dei componenti sono premassemblati. In realtà, la Tevo Little Monster più che un kit vero e proprio sembra un intelligente soluzione per ridurre il volume dell’imballo e le conseguenti spese di trasporto che altrimenti risulterebbero particolarmente elevate. La seconda ragione è che la documentazione, nell’insieme ben fatta, è particolarmente compatta: tolto il frontespizio alcune illustrazioni finali, sono soltanto sette pagine.
Per il montaggio, non sono necessari particolari attrezzi (alcuni tra quelli forniti non vengono neppure utilizzati), né particolari attitudini. Gli elementi necessari per portare a termine le varie fasi sono racchiusi in bustine numerate, e questo permette di procedere con un certo ordine.
Infine, la principale preoccupazione di chi si accinge ad assemblare un kit fai-da-te, i collegamenti dell’elettronica, è superata dal fatto che i cablaggi sono tutti già pronti.
Completato l’assemblaggio meccanico (ridotto a qualche decina di viti) si tratta di collegare alcuni connettori che per la loro forma, e per il fatto di essere meticolosamente etichettati, non possono venire confusi. Il gioco è fatto. Insomma, l’uovo di Colombo. Una soluzione che permette a chiunque, anche alle prime armi, di godere della soddisfazione di essere riuscito a montare da solo una stampante 3D.

Nel video in basso, un riassunto (ma non troppo riassunto) dell’esperienza di montaggio, leggendo le istruzioni “in diretta”, e quindi esposti a tutti i possibili errori.

Principali caratteristiche

Tevo Little Monster

Dimensioni600x600x1200 mm
Volume utile
(cilindrico)
340mm (D) x 500mm (H)
TelaioAlluminio anodizzato e verniciato a polveri
EstrusoreE3D semi-bowden
(T-Max 260°)
Piano (riscaldato)Vetroceramica, T-Max 110° (CA 220V)
Elettronica32 bit
Alimentazione24V
DisplayMKS TFT28 Touch screen grafico
CalibrazioneAutomatica (BL Touch)
Ripresa lavoro dopo interruzione di correnteSi
ConnessioniUSB, Ethernet, SD
SoftwareOpen Source
PiattaformaSmoothieware, su scheda SD

Tevo Little Monster è disponibile presso ShareMind, sia in kit, sia pronta all’uso.

ABS o PLA? Il PETG potrebbe essere la scelta giusta.

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Gli utilizzatori delle stampanti 3D sono da sempre schierati in due opposte (e agguerrite) tifoserie: i sostenitori del PLA, e quelli dell’ABS. Ne abbiamo parlato molte volte. Un verdetto sicuro su quale tra questi due materiali sia il migliore è impossibile. Entrambi presentano vantaggi e svantaggi che li rendono più o meno adatti a seconda del tipo di macchina disponibile e della natura degli oggetti da realizzare. Le principali differenze tra questi due materiali, sintetizzate nella tabella sottostante, evidenziano in modo chiaro che per alcune applicazioni nessuno dei due risulta la scelta ideale.

PLA e ABS: faccia a faccia

 PLAABS
TipologiaSemicristallinoAmorfo
OrigineOrganicaSintetica
BiodegradabileSiNo
RiciclabileNoSi
Tossicità fumiVirtualmente nullaDiscutibile
Compatibilità con alimentiIn alcuni casiNo
OdorePressoché nulloSgradevole
Resistenza meccanicaMediaMedio alta
Resistenza al caloreBassaMedio alta
FragilitàMediaBassa
FlessibilitàBassaMedia
Deformazione (warping)BassaElevata
Adesione interlayerMediaMedio bassa
Postlavorazione (carteggiatura, foratura, maschiatura)Poco indicatoOttimale
Peso specifico1,25-1,301,06-1,07
Facilmente incollabileNoSi
Richiede piano riscaldatoNon indispensabileSi
Facilità di stampaElevataMedia
Rischio di intasamento ugelloMedio altoBasso
Temperatura di lavoro ottimale (estrusore/piano)195-215/50230-260/100

E allora, se ad esempio volessimo realizzare un oggetto di dimensioni medio grandi che debba successivamente venire lavorato in postproduzione? Se avessimo bisogno di una maggiore flessibilità? Fortunatamente l’elenco dei filamenti disponibili non si ferma al PLA e all’ABS. Esistono materiali alternativi che, pur introducendo altre limitazioni, coniugano il meglio dei due filamenti che tradizionalmente si contendono il podio. Uno tra questi è il PETG.

Formula chimica del PET

Vediamo per prima cosa la carta d’identità di questo materiale, con alcune informazioni sulla sua composizione chimica e le sue principali applicazioni nell’industria, anche al di fuori della stampa 3D.

Il PETG è una variante del polietilene tereftalato, un copolimero della famiglia dei poliesteri, adatto al contatto alimentare.

Riguardo alla potenziale tossicità, il PET (G) si decompone alla temperatura di 340°, con formazione di acetaldeide, sostanza chimica tossica (gruppo 2B) classificata come potenzialmente cancerogena, ma solo se associata al consumo di bevande alcooliche.
Le principali applicazioni industriali sono la produzione di film (es. Mylar), tubi, bottiglie, contenitori, etichette. La produzione attuale sfiora i 20 milioni di tonnellate. Rispetto al PET “standard”, il PETG è una variante modificata con glicoli.

Nella vita quotidiana, lo incontriamo spesso nelle bottiglie per acque minerali e altre bevande. Chiunque abbia utilizzato una di queste bottiglie per contenere benzina, natfta o solventi di vario genere, ha potuto rendersi conto che questo materiale è difficilmente attaccabile dagli agenti chimici.

  • Il PETG è particolarmente durevole, e notevolmente più flessibile del PLA e dell’ABS, ma anche più morbido. È difficile romperlo. Se l’oggetto da realizzare è un contenitore o un involucro che deve presentare caratteristiche di elevata resistenza, il PETG è il materiale più adatto (ad eccezione del Nylon 12, che presenta però maggiori difficoltà di stampa e costi più elevati).
  • I ritiri sono particolarmente contenuti, di conseguenza la tendenza a sviluppare deformazioni e minima. Il PETG è ideale per stampare oggetti di grande volume.
  • Il PETG è anche molto robusto, e affatto fragile, ma può essere graffiato con facilità, essendo sensibilmente meno duro dell’ABS.
  • La gestione dei supporti risulta particolarmente complicata, perché l’adesione inter layer è elevatissima. D’altro lato, questa caratteristica determina una robustezza superiore degli oggetti stampati con questo materiale.
  • Anche l’adesione al piano di lavoro è elevata; è necessario porre attenzione durante la rimozione dell’oggetto dopo la stampa. Potrebbe risultare particolarmente difficoltosa.
  • Il PETG è estremamente resistente alla azione di agenti chimici, acidi e alcali. È l’ideale per ottenere modelli impermeabili.
  • Durante la stampa non viene sostanzialmente prodotto alcun odore.
  • Tipicamente, il PETG è semitrasparente, e questa caratteristica lo rende particolarmente adatto per la stampa di modelli che debbono risultare traslucidi. D’altro canto, la sua finitura lucida può evidenziare la scalettatura dei layer, evidenziando i difetti. Con alcune pigmentazioni si possono comunque ottenere filamenti dall’aspetto semi opaco.
  • Nei test effettuati da Thomas Sanladerer, la resistenza a trazione nel senso parallelo ai layer, viene definita “fuori scala”,  con il significato che è praticamente impossibile romperlo.

    resistenza del PetG

 

Per quali applicazioni pratiche è adatto il PETG?

Ovviamente, come per tutti i materiali, non può essere raccomandato in assoluto. Ad esempio, la sua elevata flessibilità potrebbe non essere adatta per alcune applicazioni. In altri casi, potrebbe essere necessaria una flessibilità ancora maggiore, con il bisogno di ricorrere al TPU, PLA flessibile o Nylon.

Una delle sue migliori caratteristiche, la resistenza all’impatto, lo rende ad esempio ideale per realizzare oggetti che possono venire sottoposti ad urti. In basso, un eloquente esempio applicativo legato alla costruzione di droni.

Applicazioni del PETG

Bumper per droni, design di Otto

I ridotti ritiri, che implicano minime deformazioni e praticamente zero warping, ne fanno un materiale di elezione per stampe di grandi oggetti, anche assemblati in più parti, che debbano resistere a sforzi considerevoli.

Fiocco appendiabiti

Fiocco, un appendiabiti disegnato dall’Architetto Marco Rubini

Nell’immagine in alto, un appendiabiti ispirato ai cotton fioc, altezza 1,60 mt. circa, disegnato da Marco Rubini, stampato con RaiseN2 Plus.

Stampare al meglio il PETG

Come per tutti i materiali, è necessario prendere nota di qualche accorgimento specifico per trattare il PETG. Ogni volta che proviamo un nuovo filamento, raramente i risultati sono quello che ci aspettiamo. Questa plastica non è diversa dalle altre: avremo bisogno di un po’ di pratica per ottenere il meglio.

Qualche volta il PETG può richiedere impostazioni più “calibrate”. È solo un po’ più particolare rispetto a materiali meno esigenti da questo punto di vista, come il PLA. Non si può dire che sia difficile da usare, ci vuole solo un po’ più di pazienza nella regolazione dei parametri.

Una volta messi a punto, la stampa del PETG è un sogno. Nessun odore, nessuna deformazione ed una potente adesione inter layer sono solo alcune delle eccellenti proprietà di questo materiale. Scegliendo una marca di buona qualità, si tratterà soprattutto di regolare accuratamente la temperatura e il gioco è fatto.

Alcuni suggerimenti possono comunque risultare utili per ridurre tentativi e frustrazioni. Vediamo quali sono i punti principali per ottenere sin dalle prime prove buone stampe.

  1. Regolare accuratamente la temperatura. I primi tentativi possono essere effettuati tra 235 e 240°, a seconda del tipo di estorsore. Per il piano di lavoro, può essere impostato tra i 70 e 75°, ove necessario con qualche grado in più per i primi layer
  2. Questo materiale non deve essere schiacciato sul piano di lavoro durante il primo strato. È conveniente iniziare la stampa con una certa distanza tra ugello e piano di lavoro, per lasciare un adeguato spazio per la deposizione del materiale. Se l’ugello è troppo vicino al piano, si possono creare su quest’ultimo dei depositi che verranno successivamente trascinati sulla stampa, danneggiandola.
  3. Raffreddamento: se si punta ad ottenere un modello più robusto possibile, la ventola dovrebbe essere spenta. Il PETG diffuso aderisce allo stato precedente in un modo incredibile. Ma se si vogliono ottenere dettagli più nitidi, allora la ventola deve essere accesa al 100%. Un raffreddamento rapido del materiale appena depositato consentirà di ottenere una stampa più pulita, senza la creazione di sottili filamenti, che è un po’ il cruccio di questo materiale. Eventualmente, la ventola può essere lasciata spenta per i primi due o tre layer per una migliore adesione al piano.
  4. Il PETG richiede una velocità di stampa leggermente inferiore rispetto al PLA. Si suggerisce di non superare 55 mm secondo, limite oltre il quale il filamento potrebbe non venire estruso abbastanza rapidamente.
  5. La sovra estrusione può essere un problema per il PETG (blobbing etc.). Se si sperimentano problemi di questo tipo, è conveniente ridurre progressivamente il flow rate fino ad eliminarli. Una volta raggiunto il risultato il valore di flow rate ottimale potrà essere salvato il profilo di stampa.

    Informazioni più generali sulla messa a punto dei parametri sono reperibili nella Guida ai parametri di stampa.

Oggetti in PETG

Alcuni oggetti in PETG stampati da Joseph Casha

In breve, il PETG sicuramente merita, per le sue interessanti proprietà, un posto nell’arsenale dei nostri filamenti. La messa a punto dei parametri è leggermente complicata all’inizio, ma una volta definiti i profili i risultati successivi sono garantiti.