Stampa 3D, fantascienza e olocausto

  • 6 aprile 2016 alle 13:14 #4383
    gplus-profile-picturePietro Meloni
    Amministratore del forum

    Riporto con piacere integralmente un articolo di Davide Galletti, System Innovator e CEO presso Forme e Percorsi.

    Per i più giovani, e non solo, che all’argomento stampa 3D affiancano con nonchalance start-up e fab-lab, come fossero argomenti che chi ha la barba bianca non può comprendere, presento qui qualche breve digressione. Provo a stuzzicarne la fantasia con il pretesto “che c’entrano stampa 3D, fantascienza e olocausto?”

    Ultimamente la stampa 3D è entrata nel linguaggio comune, ma come sempre avviene anche questo comparto ha avuto una sua “preistoria”. La nascita della tecnologia si potrebbe forse far risalire ai primi anni ’80. Dalle mie ricerche il brevetto in questione credo sia il JPS56144478, inventore è il giapponese Kodama Hideo.

    Premetto che 20anni fa seguivo l’argomento per motivi professionali. Occupandomi allora di sviluppo prodotto era una bella novità poter disporre di tecnologie, allora molto costose, per poter verificare “sul pezzo” l’esito della progettazione, ben prima di investire in attrezzature. Allora si chiamava “prototipizzazione rapida”, e anche solo abbreviare in prototipazione era malvisto.

    Purtroppo ho vissuto anche quel periodo di mezzo in cui questa tecnologia si era trasformata da strumento “di verifica” a strumento “per sbagliare serenamente”. Questo argomento, tra l’altro fa il paio con l’avvento dei modellatori 3D solidi e parametrici. Quando i modellatori 3D operavano in superfici e non erano parametrici, i progettisti “non potevano” permettersi di sbagliare, dato che ogni errore significava rifare buona parte del modello, perdendo molte ore di lavoro. Serviva quindi prevedere (vedere prima) quello che si progettava.

    Con l’avvento dei modellatori solidi parametrici era diventato veloce “progettare” e facile rimediare. Tutto ciò era molto positivo per l’efficienza, ma la contropartita è stata allevare intere generazioni di “progettisti” che in realtà erano degli utenti di modellatori 3D. Sbagliare e rimediare facilmente incentivava il “trial and error”, rendendo meno sistematica la progettazione. Fortunatamente le aziende, purtroppo non tutte e non repentinamente, hanno compreso questo errore, e sono gradualmente tornate ad investire sulla formazione, per trasformare gli utenti di modellatori 3D in veri progettisti.

    Sia chiaro, non sto contestando l’uso dei modellatori solidi parametri (altrimenti perché non rivendicare perfino l’uso del tecnigrafo), tanto meno contesto l’uso delle stampanti 3D. Anzi vedo con estremo favore che questi strumenti siano ora usati, oltre che per realizzare prototipi, anche per costruire termoculle e protesi a basso costo nei paesi sottosviluppati, repliche di opere d’arte, alimenti dalle forme sculturale, edifici in cemento e mille altre cose nei contesti più disparati.

    Mi scuso per questa digressione ma fornisce lo spunto per ricordarci di non usare, in maniera sbagliata, gli strumenti che potrebbero anche indebolire il nostro “stile cognitivo”. Usiamoli invece per rilanciare il nostro potenziale.

    Riprendendo il filo del discorso, recentemente mi è tornato in mente che quando cominciai a interessarmi di rapid prototiping non rimasi particolarmente scioccato dalla tecnologia, questo perché ricordavo di averne letto anni prima, quando non esisteva ancora. La trovavo quindi una cosa naturale.

    Faccio presente che molte applicazioni della stampa 3D necessitano di abbinare anche altre tecnologie, ad esempio la scansione 3D. Con questa si rilevano le forme di un oggetto reale attraverso una scansione che trasforma la parte scansita in una nuvola di punti. Da ciò si ottiene, mediante reverse engineering, un file 3D che viene quindi “affettato” e inviato alla stampante 3D per riprodurre, partendo dal basso e strato dopo strato, la parte duplicata.

    Ieri sono andato a cercare tra gli scaffali della mia libreria il testo di cui avevo una qualche memoria, l’ho trovato. Si tratta di un libro degli anni ’60. Ne riporto qui un breve pezzo.

    “Ero sempre più incuriosito del meccanismo intimo del Mimete, che Simpson non aveva saputo (o voluto?) spiegarmi con sufficiente precisione, e di cui nelle istruzioni non era affatto alcun cenno. Staccai il coperchio ermetico della cella B; vi praticai una finestrella col seghetto, vi adattai una lastrina di vetro, ben sigillata, e rimisi il coperchio a posto. Poi introdussi ancora una volta il dado nella cella A, ed attraverso il vetro osservai con attenzione quanto avveniva nella cella B durante la duplicazione. Avveniva qualcosa di estremamente interessante: il dado si formava gradualmente, a partire dal basso, per sottilissimi strati sovrapposti, come se crescesse dal fondo della cella. A metà della duplicazione, metà del dado era perfettamente formata, e si distingueva bene la sezione del legno, con tutte le sue venature. Sembrava lecito dedurre che, nella cella A, un qualche dispositivo analizzatore “esplorasse”, per linee o per piani, il corpo da riprodurre, e trasmettesse alla cella B le istruzioni per la fissazione delle singole particelle, forse degli stessi atomi, ricavati dal Pabulum.”

    Acciderbola. Somma di scansione e stampa 3D in una sola macchina. Per essere uno scritto degli anni ’60 niente male eh?

    Questo racconto si deve a Damiano Malabaila. Il titolo è “l’ordine a buon mercato” apparso inizialmente come racconto sul quotidiano Il Giorno, 22 marzo 1964. Pubblicato poi per Einaudi, insieme ad altri racconti nel 1966, con la raccolta “storie naturali”. Ve ne consiglio vivamente la lettura.

    Damiano Malabaila era lo pseudonimo dello scienziato che vedete nella foto del titolo a questo post. Forse perfino i cultori della stampa 3D dovrebbero un tributo a quest’uomo straordinario. Il suo vero nome? Primo Levi.

    • Questo argomento è stato modificato 1 anno, 6 mesi fa da Pietro Meloni.

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